Il Doria del non fare

Il sindaco Marco Doria
Confesso di non aver votato per Marco Doria sindaco, quindi posso giudicarlo senza pregiudizi.
Per quello che fa e soprattutto per quello che non fa. Ormai da tutti, anche da quelli della sua maggioranza, è definito "il sindaco del non fare".
All'epoca delle elezioni mi meravigliai dell'atteggiamento del PD, che a Genova non ha da tempo una guida di spessore. Lasciò che alle Primarie si scannassero le due prime donne, Marta Vincenzi e Roberta Pinotti, così a godere fu il terzo incomodo, indicato da Sel.
Marco Doria ha ereditato dal padre non solo la cattedra universitaria di Economia, ma anche la vocazione del marxista. Suo padre, il marchese Giacomo Doria, signore di Montaldeo, a Tursi dovette accontentarsi della carica di vice-sindaco. Ricordo che il PCI, per renderlo più credibile, lo presentò alle elezioni con la qualifica di coltivatore diretto, mentre assomigliava più a un latifondista.
Si è scritto che Marco Doria è proprietario di non so quante case e quasi tutte nei paraggi di Via Garibaldi, la storica via Aurea. Non si era più iscritto in quello che una volta era il glorioso partito comunista perché, con le varie trasformazioni, lo considerava troppo imborghesito (non a caso, oggi, ha scelto come segretario Matteo Renzi, un ex democristiano). Il suo però è un marxismo intellettuale, come quello del prof. Silvio Ferrari, un asceta di Camogli, che l'aveva indicato ai compagni come possibile sindaco.
I suoi ragionamenti li conosco, perché avevano affascinato anche me nel primo dopoguerra. Allora la Fiat era il simbolo del capitalismo e si diceva: se i guadagni della Fiat invece che alla famiglia Agnelli andassero allo Stato, ne guadagneremmo tutti. Oggi si potrebbe aggiungere che non è giusto che quando la Fiat guadagna, i profitti vadano agli eredi degli Agnelli, mentre quando i bilanci sono in rosso, deve intervenire lo Stato.
Il ragionamento, dal punto di vista teorico, non fa una grinza. Ma la realtà è diversa, basti pensare che il comunismo è fallito in tutto il mondo.
Capisco, però, lo smarrimento di Doria, quando si è assunto le responsabilità di amministrare la città. Dalla teoria è passato alla pratica. Si è reso conto che dove comanda il pubblico, c'è solo deficit. E chissà quanto gli è costato dover dire ai lavoratori delle partecipate che solo con la privatizzazione si possono salvare i posti di lavoro. Il Comune non può svenarsi per mantenere certi privilegi.
Cioè il marxista Doria è costretto a rivedere i principi nei quali aveva sempre creduto. E così a volte preferisce rinviare le decisioni. Ed è diventato il sindaco del non fare.
Ma con le posizioni che possono sembrare troppo liberali, scontenta anche quelli che l'hanno votato. Io credo che sarà la sua maggioranza a farlo cadere.
Elio Domeniconi